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Recentemente sono andato a vedere la versione odierna di “Papillon”, film che vidi da piccino. Nella versione attuale non c’è il tipo nella gabbia di bambù sotto il sole, che mi ricordavo, o a livello del terreno con zero spazio: la cella consente almeno tre passi ampi. E’ quasi a cielo aperto. E c’è il silenzio totale, assoluto. Quello che fa impazzire. Deprivazione sensoriale, no?

La negazione del dialogo, anche.

“Non c’è niente di cui discutere” (no?)

“ho visto la tua vera natura” (dopo un anno? in un momento di litigio?)

“non posso più fidarmi di te” (perché rifiuto di fare un viaggio che era programmato di fare, dopo che mi è stato detto che non merito niente)

Naturalmente io rimango in silenzio, nel silenzio di chi rimane solo con sé stesso, con i propri pensieri, sensi di colpa, sensi di ma-io-non-ho-colpa, ripensamenti, voglia di tornare indietro nel tempo, di rimediare, di pensare che non c’era niente da rimediare, che invece si può sempre far meglio, che comunque la pazienza, i modi …

… e che alla fine se si doveva rompere si doveva rompere, il giocattolo. Si è rotto. Lei si è stufata. Mi stavo stufando anche io? Di certe cose? Si ma poi bene lo stesso? Ma si, si anche si. Alla fine abbiamo tutti roba che va e che non va. Restare, solo restare cambia il cosa sei tu nei confronti di queste cose. Ah, anche cambiarle, dite? Ah ma non sei più tu. Le cambi per far piacere, ma … sono li, tu sei quello. Oppure le avresti già tolte di mezzo.

Io per esempio ho tolto di mezzo il mio amore per una parlata “bella”. Ma non posso, in nessun modo, mettere da parte il significato delle cose. Questo non lo posso cambiare. Ma attenzione, parlare “male” non era una cosa che tolleravo… e invece ora puff, via in un soffio. Come molte altre cose. Non è ceh non cambio… ma ormai il nucleo di “questo sono io” è ben definito, ben solidificato, limato, lucidato… so quello che mi piace e quello che non mi piace.

Ma alla fine forse sono fatto troppo male per stare con una donna, per stare con chiunque a lungo. Una pigna in culo, un rompicoglioni, violento, egoista. La violenza è in nuce, non sono uno che mena. Ma le parole, i toni, i gesti, gli atteggiamenti… contano. Sono la base. Da li si può solo peggiorare.

Così sono tornato a capo, a me stesso, come prima della prima puntata. Senza amore, col cuore in ghiaccio. Ma è difficile rimettercelo. La catena del freddo si è interrotta, marcirà, forse. Lavoro, impegno, decine di migliaia di file a disposizione… sempre nuove conoscenze, sempre nuovi servizi, alcune cose da tentare.

Senza amore.

Per me la vita senza amore fa schifo. Per cui torno ai miei buoni vecchi piani: almeno su questo sono progredito: mi tranquillizza. Sopravvivere e fare, ogni giorno. Se arriva troppo forte il peso… inizio a mettere via, ogni giorno qualcosa, a vendere un pezzo alla volta, a scrivere testamenti, a regalare diritti d’autore. E a fare, comunque, intanto. Ma mettere in ordine. I giorni passano, il caso ci mette la sua.

Quello che non mi da certezze, però, è il tubo di scappamento normale dell’auto. E’ suffciente? Io preferirei, come suggeriva quel tale, la bombola di monossido puro. Inodore, incolore, metto avvertimenti a destra e manca, uso si, sempre la macchina, ma con la certezza di quel che succede. Magari a digiuno, magari già nel sacco, per non sporcare, per non dare altre noie. Non so. E di certo lontano, il posto lo so già.

Ma la bombola non so bene dove trovarla. Né se poi può durare.

Quindi tutto qui, io vado avanti. Ma se la stretta al cuore si fa troppo forte, io voglio premere il tasto OFF. Posso anche aspettare che i miei muoiano, uno alla volta, prima.

Devo essere anche sicuro di avere a disposizione il testo dell’assicurazione sulla casa-vita: non voglio lasciare debiti.

Mi faccio così schifo… e contemporaneamente non sono cambiato. Che schifo.

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