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attore

Leggevo un sempre interessante Roberto Cotroneo relativamente alle presentazioni del libri, sempre più spettacolarizzate. La riflessione è condivisibile e, in parte, se non in tutto – nell’ambito del “duri e puri” – io stesso mi sento e la penso così.

Ovverosia ho sempre pensato che alle inaugurazioni non si deve mangiare e bere, alle presentazioni non si chiamano gli amici per riempire la sala ma per cortesia, che non devi basare il successo di ciò che hai fatto su parenti ed amici, che, se possibile, proprio il successo non lo dovresti cercare, se hai prodotto un determinato tipo di opera, con un determinato intento. Ovvio che la dicotomia dell’autore “nessuno mi caga quindi faccio schifo” / “mi cagano in pochi ma è gente che sa” esiste… ti chiedi se lo hai fatto solo per te stesso ma allora ti chiedo io perché rendere pubblico cio che fai… eccetera. Solita roba.

Le mie obiezioni sono due: la prima è sulla divisione “saperi / emozione” la diffusione del sapere non è obbligatoriamente separata dall’emozione. E spesso, visto che si parla del salire in cattedra, quindi di insegnare, non si tiene in considerazione quanta parte di studenti apprende a causa della passione di chi trasmette il sapere: ti emoziona sapere, pensa un po’. Non solo sai, ma ti piace. Non solo conosci, ma ami conoscere. Non solo ragioni e ragioni su basi culturali, ma ne godi, provi piacere, ti stupisce ogni giorno la meraviglia di quello che stai trattando, e non perché sei tu che la tratti, ma perché è roba fica, roba forte e non importa se per gli altri è noiosa.

La seconda è “ma ce n’era proprio bisogno?”. Di ciò di cui c’è bisogno, c’è bisogno. E questo di per sé non è positivo. La necessità implica obbligo, mancanza, sopravvivenza. E ciò che è sopravvivenza mi differenzia poco, se non in determinate modalità che mi avvantaggiano, da altri esseri viventi, bestie o vegetali che siano. Il bisogno. Mentre il desiderio e la sua soddisfazione, finché non sono così forti da divenire bisogno… questi spesso sono quelli che – secondo me – rendono la vita di essere vissuta. Non ciò che DEVI fare. Ma ciò che VUOI fare, che desideri quando hai finito di assolvere ai tuoi doveri. E se questo è complesso, interessante, difficile, può ammantarsi della parola “culturale”, è marginale. A qualcuno piace ciucciare gelati alla fragola, a qualcuno discettare di esistenzialismo: in entrambi i casi si assolve ad un bisogno. E la risposta “ma ce n’era davvero bisogno?” è sempre NO. C’è bisogno, si DEVE, solo poca, pochissima roba. Ma questo non rende tutta l’altra roba meno degna di essere niente meno che il significato stesso della vita, visto che di significato, secondo illustri signori – non certo il povero sottoscritto – non ne ha affatto.

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