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Tempo fa, parlando dell’anonimato a cui tengo molto su internet, dicevo alla mia amica Cristina qui online che ritenevo molto più intimo questo, in molti casi, di quello che può succedere di persona: come il contenuto di un libro non cambia se gli tolgo la copertina, il titolo e l’autore, così il mio rapporto deprivato di chi io sia nel mondo e della possibilità di verificare se ciò che dico è vero – se non parti dal presupposto che ti menta – non cambia il mio rapporto virtuale con te. Questo lo sostengo ancora, io mi sento così.

Interessanti argomentazioni (non necessariamente a supporto della mia tesi, però attenzione) le trovo in questo articolo in cui viene citato su un articolo di Wired, da Alberto Caputo  (psicologo specializzato in sessuologia e criminologia), la teoria di Joseph Walther relativa alla (SIP) Comunicazione Mediata da Computer e cito: “possiamo sviluppare relazioni online anche senza usare la comunicazione non verbale e che queste relazioni possono diventare anche più intime delle relazioni faccia a faccia. Il punto centrale di questa interpretazione delle comunicazioni attraverso un device digitale è la gestione dell’impressione di noi stessi che siamo in grado di evocare su un altro utente, cioè lo sforzo più o meno consapevole di rendere strategica (ossia finalizzata ad uno scopo) la percezione di noi da parte dell’altro. Più semplicemente, come ci presentiamo agli altri “online”, attraverso 3 modalità integrate del nostro essere: ossia il sé attuale, il sé ideale e il sé morale. Il sé attuale è la personalità reale e veritiera dell’individuo, il sé ideale è la proiezione di ciò che l’individuo vorrebbe essere e il sé morale è la proiezione di ciò che una persona pensa di dover essere.”. L’articolo è però relativo alla pratica del catfishing, che opera a livello di scollamento di uno di questi “sé”, comunque creati per imbrogliare l’altro.

Continua infatti Alberto Caputo: “Il catfishing si basa sulla costruzione di relazioni basate sulla fiducia, sulla confidenza e sulla sicurezza in un ambiente – quello dei social network – dove si è incoraggiati a condividere facilmente informazioni. L’obiettivo è un vero e proprio attacco sadico alla fiducia altrui”. Posso quindi capire che se diamo per scontato che ci troviamo di fronte non ad una persona che sta solo usando l’anonimato, senza praticare il catfishing ed imbrogliare, non ci si possa mai fidare. Ma io non lo do per scontato. Del resto, con questo utente, non ci metto più la possibilità di incontrare le persone: questo “avatar” esiste da talmente tanto tempo che con due ricerchette d’archivio sapresti tanti di quei cazzi miei che sarei finito. Non posso proprio farlo. Ricordo comunque che l’anonimato di per sé o l’uso di uno pseudonimo, di un utente fittizio (dichiarato, tra l’altro) è tutt’altro che catfishing. Il catfishing è reato di sostituzione di persona (art 494 del codice penale) e invito a leggere il detto articolo (verso la fine) per trovare raggruppate le caratteristiche che rendono tale il reato di “sostituzione di persona”.

L’articlo, il cui oggetto non era quello di cui intendevo parlare, prosegue ricordando i casi più gravi in cui il catfishing viene praticato e ovviamente… beh, ragazzi, prima di fare sesso virtuale, conoscetevi di persona, se proprio dovete fare questa inutilità.

 

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