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Ieri in occasione della trasmissione di Gianluca Nicolini su Radio24 dedicata a “i bulli quando crescono” è stata “eccezionalmente” ospitata una telefonata interessantissima anche di una donna, bulla in giovane età, ora, dice “che si vergogna di aver fatto quelle cose”.

Il racconto di come si svolgono i fatti rende la “violenza di genere” tutta una prospettiva e non un fatto, rendendolo quindi anch’esso soggetto a misurazione dei numeri in quanto a “fenomeno sociale” ma non in quanto a fenomeno umano o “insito nel maschio”.

L’essere bulli è una questione di potere. L’insicurezza data dal non essere non leader, ma indiscusso si, rende la necessità della occupatio impellente. Mettere in chiaro chi “non si può offendere”, in cui ovviamente cosa sia offesa lo decide sempre l’offeso. Questo (che cosa mi offenda lo decido io) ovviamente è giusto: ma la mia reazione non può travalicare il giusto.

Per cui dico: in un mondo fuori dallo stato di diritto, il potere è derivato dalla forza per contrasto diretto: la lotta, il combattimento, la violenza fisica. Questa donna tra l’altro dice “non si tratta di chi è più forte ma di chi è più cattivo”. Illuminante anche questo.

In uno stato di diritto, però, la reazione che cambia ambiente (dalla parola alle mani) è azione, non più reazione. Se io agisco (ti insulto) e tu reagisci (mi insulti a tua volta, rispondi, fai qualcosa con la tua voce) restiamo nello stesso ambito, anche questo soggetto alla legge. Ma quando cambi ambito (mi picchi) l’azione è la tua: inizi tu.

Mi rivolgo quindi alle donne: sono certo, certissimo che molte donne manchino (a giudizio proprio o del partner) di rispetto agli uomini e che questi reagiscano con la violenza della forza fisica: DENUNCIATELI. I bulli quando crescono dove finiscono? La risposta è facile: sono tra noi e non smettono mai di esserlo. Che sia una donna o un uomo, se passa il segno deve essere educato al fatto che non la passa liscia. La violenza funziona sempre così. Il muro è più forte del pugno. E la legge è il muro su cui si deve infrangere sanguinando la violenza del pugno, dello schiaffo. E mi rivolgo agli uomini: le donne non sono immuni dall’impulso violento. DENUNCIATELE. Ognuno deve essere responsabile delle proprie azioni. Perché se è vero che “ve le tirano fuori dalle mani”, è vero che le mani sono vostre e siete voi a decidere di usarle, diventando responsabili di violenza. La cosa migliore sarebbe educarsi al controllo di sé, alla convivenza e tutte queste belle cose che ora in questo discorso da sangue alla testa sembrano poesiole.

Ma resta il fatto che la legge serve a contenerci quando superiamo il limite. Il potere può essere usato per il bene e per il male: tenerne conto sempre, in tutte le sue sfaccettature e da cosa questo potere provenga è fondamentale. Dal me e te, si passa al paese intero.