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Ascoltavo, in occasione della giornata mondiale sulla violenza alle donne, una trasmissione radio.

Due affermazioni:

La [nostra] società è progettata dagli uomini per gli uomini, che assegnano dei ruoli alle donne: quando queste donne non si adattano, vengono punite

e la seconda: 

I dati socioeconomici, a prescindere da qualsiasi ragionamento intellettuale, ci dicono che c’è un gender gap: se sia la società a generarlo o come funzioni questo meccanismo è motivo di interesse, ma il dato resta” (e prosegue dicendo che sostanzialmente non esiste parità nella violenza subita da e verso uomini e donne: senza dubbio queste ultime muoiono per mano di uomini mentre il contrario non è vero, o percentualmente è irrilivante).

Anche nella organizzazione della famiglia, se il capo famiglia è una donna risulta, ad esempio dal punto di vista assicurativo (perdita del lavoro e protezioni scelte, tanto per fare un esepio) che gli uomini siano molto più proattivi e proiettati verso il futuro mentre le donne pongano scelte che le rendono di fatto più vulnerabili (e così la loro famiglia). Da cosa dipenda questa vulnerabilità può interssarmi. Ho una sorella, ho una nipote.

Ci sono molte cose (cercavo di discuterne con Ilaria Sabatini nel suo blog Ruminatio Laica) che mi pongono, come essere umano di sesso maschile, in una posizione di “difesa” soprattutto della libertà di espressione e della sua connotazione. Ma come in molte altre cose io alzo bandiera bianca per motivi anagrafici: solo che in questo caso è per un motivo buono che mi dispiace meno di altri.

Se devo sacrificare la mia libertà di ridere, usare determinate parole nel vivere quotidiano, nonostante mi faccia pensare a chi in Iran non può ascoltare musica o andare per mano con una donna in pubblico, ebbene io rinuncio. Se quella che io percepisco come libertà di espressione è tra le cose che rendono il substrato maschilista negativo, io rinuncio. Riderò in ristretti circoli di stronzi, ma perlomeno non darò il cattivo esempio ad un bambino. La violenza assistita dai bambini ha come conseguenza principale lo sradicamento dal proprio ruolo di bambino a quello di “salvatore” o di “spettatore impotente”: questo nel futuro porta o a comportamento violento a sua volta, oppure ad un senso di impotenza perpetuo. Forse io ho questo secondo, ma non si deve pensare che generi individui imbelli o mansueti: alla base del narcisismo patologico (anche il cosiddetto vampiro emotivo) c’è la sensazione profondamente nascosta ma pulsante e vitale di essere nulla.

Che cosa sia alla base della disparità di genere lo lascio studiare e decidere a chi è nella posizione di debolezza, come è giusto che sia per qualsiasi condizione in cui si generano queste disparità. Da parte mia ho vissuto per ora 40 anni e ho i miei casini (emotivi e pratici) da gestire: ho già rinunciato all’amore. Ho guadagnato (non in cambio, sia chiaro) eccellenti rapporti umani in ambito lavorativo: splendidi, ricchi, appaganti, sereni, addirittura gioiosi. Faccio della mia professione un’area in cui il rispetto e lo stare bene con gli altri siano il fondamento. Mi allontano, senza badare granché all’aspetto economico, da chi non fa funzionare questo rapporto. Faccio quello che è in mio potere. Cerco di non dare false illusioni, cerco di non tarpare le ali a nessuno, però.

Spero con tutto il cuore di avere sotto controllo la mia disumanità quel tanto che basta da non fare del male e, al massimo, essere antipatico.

Sulla prima frase non sono d’accordo se viene posta in senso assoluto.

Ma la seconda rende questa mia osservazione completamente irrilevante: i fatti portano alla violenza, gente che viene picchiata, gente che muore. E questa gente è di sesso femminile.

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