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Di tanto in tanto mi faccio problemi. Mi PONGO problemi. Mi faccio domande. Mi espongo al confronto, al dialogo, con persone che hanno espresso opinioni rispetto ai campi di cui mi occupo professionalmente.

Cioé faccio una cosa per cui mi pagano in misura tale da non dover fare un altro lavoro per pagare l’affitto e sopravvivere.

Tempo fa era un lavoro, oggi è un altro.

In ogni caso ho sempre trovato chi mi ha fatto pensare di essere inadeguato. Le argomentazioni esposte mi si appiccicavano addosso. Avrei dovuto smettere o migliorare sensibilmente, spesso studiando molto per fare le stesse identiche cose ma essendo in grado di controbattere con una serie di nozioni a chi aveva studiato. Ma il mio lavoro sarebbe rimasto invariato: il servizio od il prodotto che soddisfacevano il mio cliente (fosse esso diretto od una funzione aziendale) non sarebbe cambiato. La mia sensibilità nel variare il mio modo di agire professionalmente provengono sempre dall’ascolto del cliente, se mi è possibile, oppure alla risposta in termini di vendite che rappresenta comunque l’espressione di una preferenza, di una scelta.

Spesso, parlando con colleghi, prima e anche ora, questi mi guardano e mi dicono “ma che cazzo di problemi ti fai? Fallo e basta!”

Nel mio vecchio ruolo svolgevo il mio lavoro in un modo che oggi i miei vecchi colleghi ricollocati rimpiangono, mentre un tempo si lamentavano. Ma un commentatore esterno, un esperto, cosa avrebbe detto? Che è stato un bene per l’umanità che io non svolga più quella professione?

Nel mio nuovo lavoro mi trovo a confronto con dilemmi di ordine etico/morale di cui nessuno dei miei colleghi si interessa minimamente. Se ne fottono proprio. Avere una cultura visuale profonda (non il conoscere la storia della fotografia o gli autori, bensì il linguaggio, semiologia/semiotica) sulla comunicazione, ascoltando alcuni che però non campano su questa produzione, è essenziale: se non lo fai dovresti cambiare mestiere, sei incompetente perché puoi produrre immagini che contengono messaggi parassiti ed ideolgie spurie: produci inconsapevolmente mattoncini visuali che non sono neutri, ma che sono carichi di significati altri rispetto a quella genericità che credevi di avere prodotto.

Salvo rileggere vecchi interventi che contraddicono che sia questo il mondo dello stock e la sua rilevanza, il dubbio mi viene. Poi mi dico che, come sempre, esagero a dare troppo peso alle opinioni altrui e che se questi significati altri ci sono, l’utilizzatore finale saprà scartare il mio contenuto malefico. E che questo mi rende abile ed arruolato per produrre immagini, ma non ad usarle per una campagna di comunicazione: di questo si occuperà qualcun altro. E se ha bisogno di eliminare messaggi parassiti ed ideologie spurie, mi contatterà per produrre – su commissione, esclusiva e precisi limiti sui diritti di utilizzo, pagando modelli, trucco e parrucco, location, props, spese di trasporto e catering eventuale – la versione di cui lui o la sua agenzia ha prodotto concetto e direzione artistica.

Per quei soldi io ci metto tutta la capacità che ho e anche la buona fede. Se sono intrinsecamente carico di ideologie di cui depurare le mie immagini, sono anche altrettanto capace – previo lauto pagamento di circa 500 euro al giorno – di fare il mero esecutore (se c’è gente che per migliaia di euro si fa comandare da un Fashion Editor, non mi sentirò da meno) per evitare queste possibili fuoriuscite di pipì.