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no justice?

no justice?

Quando ero adolescente sono stato rifiutato. Diverse volte. Lei – ogni volta – era l’angelo della mia vita, la più bella, desiderabile, meravigliosa.

E d’un tratto mi rifiutava: com’era possibile? Tutto il mio amore! Avevo per lei solo tutto ciò che di positivo si può riversare su persone ed oggetti del desiderio.

Improvvisamente una forza incontrollabile dentro di me urlava osceni insulti, contrari ma mille volte più forti di ogni cosa positiva che prima era stata quella ragazza.

Ma da lontano mi vedevo piccolo piccolo, un insetto che come la volte e l’uva, non solo fingeva che non gli importasse più, ma addirittura aveva necessità di disprezzare ciò che prima bramava con tutta la sua anima.

Mi chiedevo dunque: ma come puoi tu, e tutti quelli come te, pensare che prima era bianco ed ora è nero? Prima era un angelo e ora pensi di lei questo ? Cosa era vero? Forse una cosa meravigliosa che non puoi avere diventa uno schifo? Ti ha forse disprezzato mentre non ricambiava quello che provavi? No, non ho mai ricevuto questo tipo di rifiuto.

Immagino che ci siano state ragazze che hanno deriso coloro che aprivano il loro cuore. Ma no, nei momenti più delicati della mia vita delicatamente sono stato rifiutato.

Cosa, mi dicevo, veramente hai diritto di provare?

Tu soffri.

Tutto quello che puoi dire a te stesso, con tutta l’intensità di un bambino che conosce solo il dolore assoluto e la gioia assoluta, è “io soffro”. Niente altro.

Io soffro, devi dire. Non “troia”.

Io soffro. Non “tutte le donne sono puttane” e altre cazzate sentite dai tuoi amici, che prima le hanno sentiti da altri e che nemmeno si rendono conto del rapporto che questa frase ha con il denaro: in quel momento tu stai imparando una stortura e la cementi dentro di te… ma quello che veramente provi … è sofferenza, tristezza intensa; dolore.

Accettare la sofferenza di un rifiuto che non è un affronto, ma una scelta di libertà di un altro individuo, una persona come te, è quello che è concesso alla tua libertà per non prevaricare quella di un altro. “Io soffro” è tutto quello che devi imparare a dire.

Se anche l’amore fosse (e non è) possesso, comunque non puoi rubare. Non puoi strappare questo possesso: ti deve essere concesso. Se non lo è, e te lo prendi, stai rubando. Stai dichiarando guerra alla Nazione che è quella persona. Stai invadendo un territorio, arrogandoti il diritto di prendere. Quel cancello non era aperto: sei penetrato in una proprietà privata. Cosa che nella tua non avresti mai tollerato.

Se qualcuno non ti vuole, soffri. Ma se tu volevi quella persona… non puoi mentire così tanto a te stesso e dire il contrario di ciò che pensavi di lei.

A meno che tu non desideri solo usarla, che non desideri il suo corpo come un oggetto di cui si possa disporre come un abito o uno strumento. Perché così non è: tu non vorresti che una persona qualsiasi potesse disporre di te. Del tuo culo. Della tua bocca. Tu, ragazzo che ti senti migliore di una bestia e non lo sei… devi essere messo al guinzaglio, se non sei in grado di comportarti diversamente.

E se non è questo, se è sentimento: impara a riconoscerlo: tu soffri. Accettalo, lascia agli altri il proprio diritto di scegliere. Non mentire a te stesso prima che agli altri.

Un gruppo di esseri umani che comprenda questo non può tollerare che la violenza sessuale non sia punita in maniera leggermente meno grave della riduzione in schiavitù.

Non ho accettato, lungamente, l’esistenza del termine “femminicidio”. Significa dare maggior risalto alla differenza di genere: uccidere è uccidere. Una donna è un essere umano: se persino nel crimine deve essere considerata diversamente, la strada porta già alla discriminazione partendo dalla giustizia, ovverosia proprio da dove dovrebbe sancire uguaglianza di trattamento. Lo scopo sociale di questa emergenza grave mi ci ha fatto ripensare.

Il femminicidio oggi rappresenta, secondo me, tutta la frustrazione di quanto ho detto sopra portata al massimo della pressione sul maschio che abbiamo voluto costruire in questi anni. Cosa sente ci si aspetti da lui. Cosa lui si aspetta di dover fare, dimostrare, rappresentare, sostenere. Aspettative deluse in campi così profondamente simbolici della sopravvivenza (mangiare, riprodursi) che esplode. Non è una giustificazione, ma bisogna comprendere cosa si è contribuito a costruire a partire dall’importanza tra i più piccoli della “popolarità” e alla competizione, fino alle tradizionali divisioni di “è da femmina” ed “è da maschio”.

Molti eccessi che accetto volentieri in ambito sessuale (verbalmente, fisicamente, come comportamento) tra persone consenzienti, adulte, consapevoli, sono sicuramente accondiscendenti con la nostra animalità. Ma è una concessione che ci possiamo fare fintanto che la circoscriviamo ad un gioco che possiamo ripetere fin quando vogliamo ma solo se giochiamo assieme. Se mi costringi non sto più giocando.

Parole al vento: anche l’esistenza dell’anarchia presuppone intelligenza tra pari. Ma la consapevolezza del marcio diffuso impone regole e punizioni. Punizioni severe e certe. Non sei mesi. Ma almeno 10 anni.

Ragazzi se qualcuno mi infilasse anche solo un mignolino nel culo senza il mio consenso credo che non potrei controllarmi dal farlo fuori. Posso immaginare una donna che sia penetrata contro la propria volontà? Posso. E non posso accettare nemmeno questo minimo di 10 anni. A sangue freddo forse? Ma quando ci pensi, quando usi le parole invece di tacere … quando espliciti invece di tenere in ombra… 10 anni? Ma nella mente di quella donna la prigione non finirà mai!