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Anni fa, all’ennesimo “eh, tu si che te la passi bene!”*, detto senza pensarci, ho risposto con la frase di rito “ci possiamo scambiare quando vuoi”.

L’ambiente industriale di qualche anno fa, parecchio pre-crisi, in cui i dipendenti si auto-suddividevano stupidamente in operai ed impiegati presentava spesso questa forzatura, quasi caricaturale, di “conflitto di classe alla macchinetta del caffè”. Quel signore burbero non aveva molti modi per manifestare quella che, in fondo, era una specie di pacca sulla spalla di un vecchio ad un giovane, fatta da chi non ha molti argomenti, non condivide molto con te per età ed ambiente… non ha molto da dirti ma ha delle frasi fatte, che di solito funzionano bene al posto del silenzio imbarazzato. Magari qualche giorno lo vuoi capire, altre volte ascolti il significato vero della frase. Metti mai che ti salti la mosca al naso, capita no?

Beh quel giorno non girava bene, così ho risposto, sempre rispettosamente, che se trovava facile il mio lavoro potevamo scambiarci quando voleva: anche in quello stesso momento. Sapevo quale posto occupasse e da quanti anni: non avrei saputo fare il suo lavoro subito, ma in mattinata avrei imparato e lo avrei lasciato a prendere il mio posto.

Una sitcom televisiva mi ha messo questa frase in testa come un tarlo: “non voglio fare per sempre un lavoro che ho imparato in due ore”***.

Il signore, quella volta, più vecchio e saggio di me, ha mollato l’osso e mi ha anche regalato un po’ di sincerità, come sempre burbera e alla mano: “ah, ci ho provato… ma non ci ho mai capito un cazzo di quello che fate!”. Io all’inizio son partito con un “… e allora cosa…?” … ma poi abbiamo riso entrambi e siamo tornati a svolgere le nostre mansioni, mattoncini utili-e-non-indispensabili di una macchina più grande.

Il lavoro di tutti può essere molto duro. Ma questo termine è ambiguo. Il lavoro può essere “duro” perché è difficile oppure perché è faticoso, principalmente. Non parliamo poi dell’ambiente e dei rapporti con gli altri… Fermiamoci alle basi.

Alcuni lavori sono terribilmente faticosi: la forza muscolare e la capacità di sopportare lungamente la fatica per il lavoro manuale o lo sforzo li contraddistinguono. Ti spacchi la schiena. Ti ammazzi dal caldo. Stai in piedi ore. Rischi la salute. Ma esiste anche il lavoro difficile: un lavoro complesso, un lavoro che ti richiede una preparazione che non è solo la pratica, ovverosia la ripetizione e l’esperienza della stessa serie di gesti che diventa abilità. Quelle che possono essere ovvietà, quando ci si confronta sulla dignità e il “nocciolo duro” del lavoro, non lo sono poi tanto. Spesso rendere espliciti i mattoncini di base sui quali poi discutiamo, allontanandoci dalla realtà, può aiutare.

Può darsi che io il tuo lavoro duro impari a farlo e che, pur maledicendo la mia condizione, lo svolga finché la carne non mi abbandoni; ma può darsi che tu il mio non lo impari mai, anche se mi alzo e ti lascio la sedia in questo istante. Anche se perdo la mattina ad insegnartelo. Perché per impararlo non ci ho messo una mattina: ci ho investito una buona fetta della mia vita e lo faccio ancora, tutti i giorni: non per svolgerlo, ma per impararlo ancora.

Questo ovviamente a parità di possibilità di scelta.

 

*in dialetto, nella vita.

** il titolo da metà in poi è follia.

*** era Earl.