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Carissimi.

Inizio questa lettera come quella agli Efesini, Ateniesi, eccetera? Si, dai. Qui si parla di fotografi e modelle che se la tirano, quindi inizio io. Ho già moltiplicato i post e i follower. Quindi per pani e pesci ci vediamo dopo.

fashion model

Ordunque veniamo al topic. Il topic della topic è quello principale. Parliamo di professionisti nel momento in cui abbiamo a che fare con il lavoro. Lavoro significa impegno, significa che “no” non esiste praticamente mai, che non fai quello che ti piace, ma quello che ti è richiesto. Per cui ad esempio, al di là dell’ovvio rispetto per chi lavora e la sua competenza (ovvero il fatto che sa quello che fa e tu no, se no te lo saresti fatto tu), se io ti chiedo di fare una cosa, tu la fai. Se “non ti va”, tu non sei un professionista. Sei un artista, se va bene. Sei uno che potrebbe fare delle robe. Ma non sei un professionista. Questo ESSENZIALMENTE. Perché attorno alla parola professionale se ne spendono moltissime altre. E spesso sono tutte cazzate, a mio modo di vedere. Certamente soggettivo, io lo riconosco; cosa che invece sembrano non fare coloro che spendono queste vomitate di opinioni su qualcosa in cui ancora non hanno mai svolto incarichi, consegnato progetti, ricevuto commissioni, rispettato scadenze, budget, e tutti quei cazzi pallosi che si chiamano lavoro. Comunque essenzialmente “non mi piace e quindi non lo faccio” non esiste.

Ricordiamoci dunque come funziona: di fotografi ce ne sono di cento tipi e non mi riferisco al carattere. Le specializzazioni in cui spesso alcuni operano con maggior successo li caratterizzano. Per cui non è che si rifiutino di fare un lavoro di foto architettonica, ma magari sono specializzati in macrofotografia di insetti volanti. Non è che non vogliano fare la foto fashion: non sono capaci, non sono preparati e – in tutta onestà – te lo diranno e questo li renderà ancora più professionali: cioé “ciò che attiene la professione”, il lavoro, la prestazione lavorativa che paghi, che ti viene venduta, non sarà millantato credito.

Ma chi sei, tu che paghi? Sei il committente.

Toh. Chi è costui? Il committente, in un lavoro “classico” è quello che paga SIA il fotografo, CHE la modella. Per entrambi, esecutori, sentirsi dire cosa fare, visto che si sentiranno artisti e non prestatori d’opera, potrebbe essere fastidioso. E lo è. Alcuni infatti potrebbero rifiutarsi di avere a che fare con art director o committenti dei quali “non condividano la visione artistica”. Questo è poco professionale. La cosa cambia quando il tuo committente non capisce una sega e si crede qualcuno … e pensa di dirti come devi ottenere il risultato, oppure si mette a sindacare su dettagli tecnici piuttosto che* sul risultato generale rispetto a quanto richiesto. Questo accade, di solito, perché una ex nulla assunta come apprendista si sta occupando di “marketing” presso un’azienda in cui questo termine assume il significato di “qualsiasi cosa serva per vendere” e “non è roba seria come quella che facciamo noi altri che abbiam tirato su la baracca”. Quindi una piramide di stronzi che ha dato facoltà ad un (di solito una) povera pirla di alzare la cornetta e profferire parola per conto di chi sgancia il grano.

A parte questo, che comunque accade assai spesso, in generale tu fotografo, fai quello che ti viene chiesto. Il fatto che tu lo sappia fare è professionalità. Il fatto che rispetti i tempi e i costi stabiliti precedentemente ed altre bazzecole organizzative è professionalità. Tante altre cose non lo sono. E chi si esprime su questo ha, indebitamente, una personalissima, soggettiva visione riguardante una professione che non è la propria e sulla quale non ha preparazione e dovrebbe tacere.

La modella (il modello se la tira parecchio meno): la modella ha il COMPITO di essere figa. Essere figa di solito è una cosa che la natura ti aiuta a fare. Non richiede eccessiva preparazione. MA. Ma tu devi PRESERVARE questo dono. La tua pelle non rimane fica come se avessi 12 anni. Dormire invece che spaccarti attiene alla tua professione. Avere la pelle della faccia liscia come quella del culo attiene alla tua professione. Saper camminare sculettando (sfilate) o atteggiarti flirtando con l’obbiettivo attiene alla tua professione. Avere i capelli giusti, avere le ciglia giuste, essere depilata come richiesto, presentarti in orario, saper vestire, non avere brufoli o quantomeno fare il possibile per non generare bubboni ed acne, tutto questo attiene alla professione. Fare palestra e mantenersi nella forma richiesta, tutte queste cose attengono alla professione. Sono cose difficili. Sono cose dure. Nessuno ha mai detto che sia facile o che sia dovuto in quanto sei nata. No, sono duvute in quanto hai scelto di fare della bellezza del tuo corpo un bene commerciabile. Non sei una troia. Potrebbe essere necessario atteggiarsi da tale, ma nessuno che sia un serio professionista intenderà offenderti al punto da pensare che sei una battona. E comunque ci sono limiti: questi sono stabiliti in modo chiaro. Organizzarsi e rispettare in modo ferreo orari e comunicazioni (tipo: rispondere a telefono, alle mail, ecc, in modo professionale e non come una ragazzina delle medie) sono tutte cose che attengono alla professione: al rispetto di consegne ed ai rapporti professionali.

Fare provini non è professionale: è un modo per cercare di essere professionista. Presentarsi in modo adeguato è professionale.

Ok, mi pare di aver definito che per ognuno, al di là della parte cool del mestiere, ci sono un sacco di cose pallose che definiscono che entrambe queste figure sono persone che lavorano, che devono essere – ognuno a proprio modo – preparate.

Detto questo, esiste, tra gli altri, un modo che entrambe queste figure professionali – alcune delle quali nascenti, wannabe, alle prime esperienze, ecc – utilizzano per aumentare il proprio portfolio e quindi la propria visibilità, rinnovando di tanto in tanto la “vetrina” che li pubblicizza. Magari perché non sono stati autorizzati dal committente ad usare presso il sito di fotografo o modello/a le immagini col suo marchio. O magari perché ancora non sei nessuno e quindi cerchi di farti la tua vetrinetta. O, come spesso accade, perché ogni giorno si rinnova un po’ la benedetta vetrinetta.

Come disse quello, succedeva un tempo questo:

modella: ciao fotografo, eccoti 1000 euri. Fotografami quanto so’ fica.

fotografo: ciao modella, eccoti 1000 euri, fatti fotografare che mostro quanto so fico.

Fine della transazione: EURI NELLE STESSE TASCHE DI PRIMA. Scopo di questo movimento di euri? Un bel pene d’ebano.

Ergo ecco che si inventò il TFCD: io fotografo riconosco che sei differente da un prosciutto e che non è solo perché esisti e sei qui davanti che ti chiamo “modella”; tu modella riconosci che nelle quattro ore e mezza in cui hai posato, davanti a te c’era uno che non stava solo pensando santamadonnadiddiochefficameladevosbattere, ma uno che mentre tu facevi il peeling si accertava che la sala di posa fosse libera, pulita, ordinata e con i fari funzionanti e a disposizione. Mentre tu facevi palestra le scorse settimane, lavorava. Mentre tu eri a rendere perfetta la tua pelle era a 500 km da casa sua a fare un corso per aggiornare le sue competenze sul fotoritocco. Eccetera. E che in quelle quattro ore e mezza, quindi, mentre io lavoravo, tu lavoravi. E’ un baratto. Molto semplice. Sancisce soprattutto rispetto per la prestazione lavorativa di entrambi.

Quindi non esiste che uno dei due è “meglio dell’altro”. Nessuno dei due viene pagato, a ben guardare. Ma entrambi LAVORANO.

Forse accadrà, domani, che uno dei due sia una superstar. Ma per ora siamo solo due persone, di cui una magari meno bella da vedere, cosa del tutto irrilevante, dato che non ci si incontra con lo scopo di avere un rapporto sessuale od amoroso.

Per cui tirarsela non è troppo professionale.

Chi non accetta i rapporti in TFCD non è “poco professionale”. Anzi. Ma chi pensa di non dover mai lavorare gratis quando invece fa lavorare gratis gli altri, non solo non è professionale, ma è uno stronzo pezzo di merda.

Quando qualcuno si muove in TFCD, tra l’altro, che chieda i soldi per la trasferta. Perché lavorare gratis è nei patti, ma SPENDERE per farlo, no.

Ugh. Ho detto.

*piuttosto che utilizzato in modo corretto! Fascisti, tenetene conto quando verrete a prendermi!

 

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