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nome e cognomeQuesto post parte da un commento ad un precedente post. Ma era talmente ciccioso che relegarlo al commento non sarebbe stato adeguato. La mia risposta è molto, molto lunga.

 “Mi interessa sapere davvero qualcosa della biografia di un autore, di un musicista, di un cantante o di un pittore? Non mi interessa di più ciò che ha da dirmi?”

Le due cose sono inestricabili, secondo me. Anche se non so nulla della biografia di un autore musicista etcetc, la sua opera in qualche modo mi parla di lui. E io la amo non solo perché è un oggetto astratto e fungibile estrapolato da ogni contesto e messo lì per me come se non avesse radici, ma perché è gravido della necessità dell’artista di condividere col resto dell’umanità quello che aveva dentro, di partorirlo. E’ gravido della generosità, della rabbia, del dolore o della gioia, e comunque, dell’affettività di un essere umano.


Io detesto l’anonimato su FaceBook. Per mille motivi, tra i quali, perdonami, il dubbio che il voler essere anonimi sia dettato dalla volontà di colpire non colpiti, di vedere non essendo visti. Già il tuo “cercando di dare comunque ciò che conta di me”, per me è a rischio. Perché, oltre al fatto che, per dire, quando io e te interloquiamo su FB, tu di me hai perlomeno un nome e cognome, delle foto, dei punti di riferimento, ed io invece no, questo tuo voler conservare mistero intorno alla tua figura spinge l’acceleratore su una caratteristica già molto determinante in rete: la possibilità di non mettersi in gioco in un rapporto con l’altro, sia pure quello, effimero e insulso, con la cassiera del supermercato durante il pagamento della spesa. Il decidere cosa mostrare e cosa non mostrare. L’occultare gestualità, rossori o pallori, dilatazioni oculari, insomma, tutti i segnali spontanei di reazioni ed emozioni, nella ricerca di un’asetticità non compromettente che snatura la comunicazione, e forse addirittura ne inficia il significato e l’utilità.
Perché poi, per carità, l’anonimato sul web non si risolve mica con la conoscenza dei dati anagrafici dei tizi con cui stai parlando, eh. Anzi.
Esiste una vasta platea di gente, anonima e non, che sul web si fabbrica un’identità davvero virtuale, alternativa alla sua quotidiana, e finisce addirittura per crederla la sua principale. Con esiti catastrofici per sé e per gli altri.
E poi, parlo per me, cosa dovrebbe spingermi a parlare con uno che nemmeno son certa se è maschio o femmina? Di cui non ho alcuna coordinata? Un insieme di pixel lampeggianti e avanzanti su uno schermo? Alla fine, per me, si ritorna sempre all’ovvia risposta: per narcisismo, per il gusto di sapermi letta da qualcuno, che riverberi, faccia da specchio, alle mie parole. Perché alla fine l’importante è esprimermi, e che qualcuno mi veda mentre lo faccio. Chi, non importa. Ma se non importa chi, se va bene chiunque abbocchi all’amo, questo è semplicemente un palcoscenico dove mi esibisco, non uno spazio d’incontro con l’altro da me.
In ogni caso l’anonimato è sempre molto relativo, come s’è visto con le recenti rivelazioni di spionaggio (ma no! Ma dai! Ma chi se l’aspettava!); e se pure esistono modi per elevare il grado di protezione della privacy, essa cessa ogni volta che usiamo un bancomat o una carta di credito, per esempio, mi pare. L’unica alternativa a questa continua invasione del pubblico nel nostro privato forse potrebbe essere il ritiro dalla civiltà, che indubbiamente avrebbe anche i suoi svantaggi.
Non dico che le relazioni tra “anonimi” e non sul web non siano tali. Secondo me non lo sono; ma ammetto di essere troppo draconiana. Però sicuramente sono estremamente dissimili da quello che sin qui abbiamo concepito come relazione tra persone.
Anche rispetto alle chiacchiere con gli sconosciuti al bar, che, per quanto ho fin qui sostenuto, per me sono tutt’altra cosa.

Ha ha Cri… non eri tu che mi hai ispirato questo post🙂 però va benissimo!😉 Ed ora tuffiamoci: esattamente è L’OPERA che ti parla di lui. E non “in qualche modo”, ma nel modo che LUI ha scelto per presentare qualcosa al mondo, un mondo al quale lui non ha detto “entrami a casa, abito qui, sfonda la porta, guardami tra i calzini e possibilmente dove ho nascosto i fatti miei” ma… “aaaaarrrrrghhhhhhh” gridato ai quattro venti. Oppure un canto melodioso: quello lui ha scelto di dare a tutti, con quello si è schiuso al mondo, non è il mondo che lui ha invitato a presentarsi alla porta di casa sua ed entrare, senza bussare o senza aspettare “si ok, puoi entrare”. La necessità dell’artista era quella , quello aveva da condividere: la condivisione parte da lui, ed è lui che decide cosa condividere.

Molti artisti sono delle emerite teste di cazzo caratterialmente. E forse lo sanno anche loro. Ma sono contemporaneamente consci di avere anche un gattino da regalare. Oppure sono dei gattini ma sanno che hanno da raccontarti una tigre, la morte, la tortura, la bile. Perché? Perché ce l’hanno dentro? E chissenefrega del perché? O può darsi che mi freghi, ma è un problema mio, non dell’autore: lui ha e da. Se lo incontro al bar e non mi dice chi è e condivide con me il suo malessere di quel momento, io non dico “stop, un attimo signore, dichiari la sua identità o ciò che desidera dire sarà per me privo di interesse”.

Facebook o non facebook mi interessa poco: Facebook di per sé in effetti mi da fastidio PROPRIO perché tende a chiederti chi sei. E questo mi da fastidio. Colpire non colpiti? Vedere non essendo visti? C’è sicuramente questa possibilità, ma che problema c’è? Della seconda possibilità parliamo quando leggiamo un giornale. Michele Serra mi dice chi è mentre lui non sa manco che io esista né se io stia leggendo o meno il suo articolo né se lo stia facendo sbafando o avendo comprato il giornale. Eppure ciò che scrive resta di valore, di utilità, ha significato. E resterebbe di valore anche se si fosse firmato “Bongo 41” e non ci mettesse la faccia. Gradirei che mantenesse lo stesso nick, se scrive cose interessanti. Ma non mi interesserebbe troppo sapere chi sia in realtà.

Ma con internet, invece, questo lo scegli già: sai già che quella persona non necessariamente la conoscerai di persona. Lo accetti oppure non lo accetti. E quello che ha da darti, al di là dell’astrazione, della supposizione e del dubbio sul vedere non visti e del colpire senza essere colpiti (comunque alla pari: c’è sempre lo spazio per i commenti), è quello che vedi. Se non ti piace non lo leggi, se ti piace lo leggi. E’ così semplice. E se ti piace interagire e ne hai la possibilità, lo fai. Semplicissimo, diretto. Senza le complicazioni dovute ad altri aspetti che hai già tagliato fuori, uno su tutti: gli orari, ad esempio (sono anche prosaico eh). Poi se per partito preso uno decide “e allora io non lo leggo, e allora non mi piace” può farlo. Ma l’ha fatto lui.

Ho partecipato a dei “fantastici” raduni negli anni di Usenet … e dopo il raduno i gruppi SI SONO SCIOLTI … e questo succedeva puntualmente con il 90% dei gruppi che poi si incontravano personalmente. Perché? Perché il mezzo originariamente scelto era quello in cui ci si era incontrati, il tempo che ci si dava per parlare era quello scelto, non quello imposto.

Mezzo e dedizione erano misurati a piacere dai partecipanti: SONO misurati a piacere dai partecipanti e ognuno quando lascia uscire qualcosa di sé , volente o nolente, fa già comunque una scelta.

Se ha in cantina due gattini squartati, ma scrive poesie d’amore? Può darsi. Ma se è una psicopatica di quel tipo, a te ha deciso di regalare la poesia, mentre invece i gattini li lascerà scoprire alla polizia dopo il prossimo assassinio seriale. A te, comunque, ha dato magari della poesia. Oppure un palloso che sa di esserlo però su FB ti è piaciuto … e sa bene per esperienza che ogni volta che le persone lo conoscono personalmente poi spariscono. E allora quello che aveva dentro, la sua necessità di partorirlo, e compagnia cantante, se ne vanno a farsi benedire, al di là di ogni principio scelto a priori. Perché è a posteriori che comunque succedono le cose. E se lo sai, puoi pensarci prima.

Io vedo una palese contraddizione nel diffidare di ciò che una persona sceglie e decide di dischiudere di sé agli altri e contemporaneamente riconoscere ed apprezzare che l’autore della propria espressione condivide con il resto dell’umanità quello che aveva dentro da partorire. Sono la stessa indentica cosa.

Sono filtrati, sono oggetto di centellinate decisioni, pennellate, cancellature, riscritture, tempo dedicato ad esprimere quanto più precisamente qualcosa e talvolta per qualcuno, talvolta per un qualcuno che provi quello che provo. Talvolta forse saranno lasciate com’erano uscite, di getto. Ma la bellezza del testo scritto non-in-tempo-reale (le lettere di ieri, mica solo internet) è quella di darci il tempo naturalissimo di scegliere cosa non dire e come non dirlo. Questa è una scelta. Che abbia nome e cognome mi importa solo se lo decido io e solo se lo decido io non mi importa: sono io che opero questa scelta. Chi sia Haruki Murakami non mi interessa, come non mi frega niente di Dickens né tantomeno di Svevo, di Sting, del Gombrich , John Brosnan o Ferlinghetti. Non so chi siano ma talvolta mi hanno toccato profondamente.

So che i nostri approcci non sono identici, ma io, al di là di quanto hai dichiarato – e sono certo che sia vero, per carità – ma considero il tuo nome e cognome sempre e comunque falsi, dei nickname: non per spregio, ma solo perché penso che non siano ciò che sei; tu sei altro da queste due piccolezze e lo mostri ogni giorno e così fanno altre ottime persone. Chi è Tilla, per esempio? Ma importa davvero? Un giorno potremmo decidere di incontrarci, forse. Ma sarei certo che anche tu comprendi completamente il mio desiderio di privacy e che considereresti peggio di un crimine contro l’umanità il rivelare, dopo esserci conosciuti, la corrispondenza tra il nick che ho scelto su internet e la verità del mio nome nel caso avessi deciso di farti questo personalissimo e intimo dono, persino se, dopo esserci incontrati, litigassimo insultandoci: per me resterebbe una questione imprescindibile alla “non si fa”. Perché? Perché sempre, dei fatti miei, decido io e chi frequento volontariamente di persona condivide questo valore.

Quanto cambia il mio comportamento se so che, vedendo non visti, i vicini di casa stanno alla finestra e decidono di vedere quello che io non ho deciso di mostrare loro? Cambia. Cambia che forse non mi gratterò il sedere per strada. Non c’è nulla di male, come non c’è nulla di male in un sacco di altre cose. Ma noi tutti sappiamo perfettamente che non tutti hanno lo stesso metro di giudizio, che la calunnia è un venticello e anche come si muove un’informazione. Non tenerne conto è ciò che fa chi dice i fatti suoi su internet e, peggio ancora, su facebook. Persino i gatti, non visti, si comportano in maniera differente: è naturale riconoscere il “senso di sentirsi osservati” perché va contro la propria volontà.

Ciò che dici su internet lo scegli. E quando sei al bar non tiri fuori la carta di identità per dire quello che pensi agli astanti. E se ti chiedono “si ma tu che lavoro fai?” non è inusuale rispondere “sono fatti miei” perché la domanda è considerata scortese più della risposta.

Facebook, internet, sono li a disposizione di chiunque, di qualsiasi giudice perché tutti giudichiamo, volenti o nolenti, autorizzati o meno. E io, certi fatti miei, non li regalo a certi tipi di persone. Ma se invece appaiono al mondo come il suono di una canzone che non sai da dove esca (come dice quella “la bellezza ama nascondersi”), questo li rende manifesti a chi in qualche modo ci si imbatta. Non serve prima conoscersi e poi parlare. Uno sente qualcosa e la accetta o la rifiuta.

Per questioni come questa, ad esempio, una persona ha smesso di dialogare con me, così, di punto in bianco. Ma l’ha fatto per una questione di principio, perché per mesi e mesi ciò che leggeva o scriveva non era avvelenato da questa curiosità morbosa. Era quello, non era “chi l’ha scritto, voglio saperlo”. Poi ha insistito e insistito… quello che voleva era quella risposta,  vedere soddisfatta la propria curiosità, non interessava più ciò che ci dicevamo.

Sono certo che vada apprezzata la tua sincerità e, immagino tu voglia così, anche coraggio nel dire tante cose sotto il tuo nome e cognome. Ma , senza volerti mancare di rispetto (e sai che è vero!), non è a causa del fatto ti chiami così e cosà e hai una fotina e io creda davvero che siano quelli giusti che ho interesse per quel che scrivi . Mi interessa relativamente; ma ciò che dici ha determinate caratteristiche, una forza, un interesse, uno spirito, il tuo spirito, sei tu. E tu mi interessi, tu mi dai e ricevi.

Quanto uno si metta in gioco lo decide e sta agli altri decidere quanto questo a loro interessi. Se, come ti ho detto, accade che “per principio” uno decida che quello che ieri aveva letto gli era interessato, lo aveva commosso o fatto incazzare, adesso invece non è più vero perché non è firmato, è una scelta che io non sottoscrivo in questa stessa misura che ora qui esemplifico: maschietto di 15 anni adora una tipa: angelo, meraviglia, la migliore, luce dei miei occhi, sogno, candore e passione, simpatica e carina, intelligente fantastica. Lo molla. Troia!

Ma come? Non era angelo, meraviglia, la migliore, luce dei miei occhi ?

Ecco, questo è lo stesso genere di onestà intellettuale che mi dà quel genere di voltagabbana. Mi è dispiaciuto, quella volta, te lo dico, perché una persona con cui si poteva condividere molto ha deciso così. Lo ha deciso e basta, non ha valutato che quello che gli/le veniva dato aveva un certo valore. Ha detto solo: non mi dici chi sei, quindi fanculo. Eppure di persone a volte ne ho conosciute, così. Ma non è così forzata la cosa.

Quello che viene messo sul piatto è quello che viene messo. Non è di più né è di meno: è quello. Non è mettersi in gioco? E’ qualcosa. Non vale? Non sono d’accordo.

Strappo le pagine con il nome dell’autore a tutti i miei libri e continueranno a sopravvivere al loro autore: cosa che, in effetti, fanno già dopo la loro morte. Momento dopo il quale, spesso, scopriamo che gli autori erano autrici, che non erano chi si credeva fossero, che … tante cose di cui può interessarsi il filologo e lo storico. Ma se il messaggio parla al mio cuore, non gli toglierò valore. Posso voler ringraziare Lao Zi o anche il maestro Kong … scoprendo che non sono mai esistiti e che quello che credevo un nome proprio è un nome comune. Cosa cambia di ciò che mi viene regalato?

Oppure ad esempio: quanto ci appassiona questo discorso? Un pochino di impegno e interesse ce lo si sta dedicando, mi pare, no? Eppure io chi sono? Ma chi se ne frega, dico io. Quello che ci stiamo dicendo ha importanza a prescindere dai nostri dati anagrafici. Questo è importante nell’anonimato: il contenuto è quello e basta: non ti interessi sapere se scrivo in mutande e ho la quarta di reggiseno, se sia privo di arti (a meno che non sia il mio argomento, per cui l’avrei già detto, perché rilevante) o se sia la tua vicina che odi. Anzi, come tua vicina direi “vedi che non sono solo quella merda che pensavi? Vedi che se anche mi odi perché il mio cane fa la cacca sul tuo zerbino sei in grado, se te ne do e te ne dai modo, di capire che essere umano sono? Cosa che non avresti mai fatto perché guardi solo il culo del mio cane, Cri! Io sono più di questo e l’unica volta che l’hai visto è perché ho sfilettato ciò che non volevi vedere, gli ho tolto le interiora, l’ho fritto in olio extravergine e t’ho fatto sentire l’odore della mia vita fritta: allora l’hai considerata. Altrimenti col cavolo!”

Certo, non credo, ma farebbe differenza?

Mi piacerebbe sapere che la mia vicina non è quella buzzurra impicciona e gretta che pare a me… che di nascosto è sensibile, complessa, appassionata, interessante. Ma tutto sommato non le ho mai rivolto la parola più di tanto: quello che, dal suo zerbino, ha deciso di darmi, era quello che mi ha dato. Se in segreto – come la cagacazzi de “l’eleganza del riccio” – gode di una vita ricca e dai molteplici interessi, ha comunque deciso di farlo in una intimità che io sento non spetti a me violare.

Forse, come un’artista che sale in scena e ha la voce impostata, preferisce così. Come Lucio Dalla che non accettava interviste o come Edoardo Bennato … hanno sempre detto che quel che avevano da dire lo dicevano con le canzoni. Hanno scelto per bene cosa dire e cosa non dire. E anche Matt Damon quando gli chiesero qualcosa della sua vita privata disse “la mia vita privata è quel che è: privata”. Poi fai quel che puoi, se puoi. Ma io non sono Matt Damon. Difficilmente i paparazzi verranno ad indagare nei fatti di un mediocre nessuno. Per tanto mi è possibile mantenere il decoro e la reputazione necessarie ad una banale vita del cazzo senza che il mio capo futuro o una mia ex compagna di classe scoprano che sono un ansioso patologico con attacchi di depressione. Anche se ho detto che rifiuto di considerarlo un segreto? Certo, perché io decido a chi dire questa cosa, nella mia vita reale. Io faccio dono dei fatti miei a chi so che non li considera di dominio pubblico. Si fermano lì dove li ho depositati, oppure si muovono tra persone alle quali è chiaro che liho detti io. Quando questo non succede io so che ho perso la fiducia in qualcuno.

Se invece prendessi una mia foto con nome e cognome e scrivessi sotto i fatti miei, sarebbe differente. Questo è ciò che accade quando scrivi qualcosa su internet. E’ quindi differente e differentemente va trattato, secondo me.

Internet è completamente privo di questa possibilità di scelta.

Che io sia un pusillanime è già acclarato. Cui prodest? Serve davvero al mondo scriverlo su un cartello accessibile da qui a ben oltre la mia morte? Potrei magari nel frattempo aver scritto un libro di valore, di ispirazione per generazioni future… completamente invalidato da un accesso non autorizzato alla mia pochezza. Pochezza che non avrei mai avuto la stupidità di diffondere con prodigalità in una piazza qualsiasi. Magari l’avrei detto a qualcuno. Ma non sarei uscito con il cartellino identificativo a dire i fatti miei. Posso anche dire i fatti miei ad uno sconosciuto, ma la dinamica con cui questa informazione si muoverà fuori da internet è differente, persino con un cellulare nella sua mano e la libertà di scrivere SMS, rispetto a quanto non possa accadere su internet.

Non capire o non accettare questo di internet è un peccato. Quanta libertà potrebbe avere Obama di fare una chiacchierata tranquillo con un cittadino qualsiasi, senza falsare tutto con la sua notorietà?

Piango ascoltando certe persone alla radio, o un film senza vederlo, piango o rido leggendo un libro, ed anche leggendo testi su internet: centinaia, migliaia di vite che si dipanano precisamente nel modo in cui i loro autori hanno deciso di condividerle, né più, né meno, senza lasciare che gli avventori tagliuzzassero liberamente la loro vita per scavarci dentro: e tutto questo l’ho fatto – non credo io solamente – senza aver occasione di vedere gestualità di un attore che tale non é, rossori o pallori che mai avrei chiesto ad alcun mezzo fuori da internet, dilatazioni oculari ed altri segni spontanei che il loro portatore ha deciso di non condividere. Quello aveva da dire, quello ha detto e in quel modo.

Per partito preso si ha facoltà di decidere che ciò ne infici il significato e l’utilità eppure io dissento, io lo nego con tutta la mia convinzione perché mi basta questo: non ho scaffali tanto grandi, ma ci sono anni di accumulo di opere di qualcuno.

Il loro significato trascende il loro autore e così la loro utilità. Potrebbero essere tutti morti un secondo dopo averli dati alla luce. Potrebbero tutti essere dei Wu Ming (scelta interessante quella di Wu Ming, atta proprio a dimostrare quanto sto cercando di dire) … Dante vale meno se non so come si chiama? Aiuta, certo, ma non vale meno. Tutte le opere che i ragazzini si masterizzano dal CD e diventano migliaia di mp3 dal fantastico nome “traccia 1” … e che in effetti durante gli anni 90 abbiamo spesso nominato in questo modo “senti la 2! è bellissima!” e di chi è? “boh”…

Immagina i tuoi di libri: sbianchettali tutti e togli nomi e cognomi degli autori e fai lo stesso con la musica, le foto, i quadri ed ogni altra forma di espressione che non richieda l’autorevolezza dei titoli accademici riconosciuta alla scienza o la riconducibilità del testimone alla cronaca. Valgono meno? Sono inutili? Li bruciamo e non significano nulla per noi?

Come in una foto che uno abbia deciso di sviluppare in bianco e nero non perché – malvagio – desideri occultarne i colori.

Davvero ti dimentichi di aver pianto e di piangere ogni volta che ascolti quella canzone del cui autore, ad essere davvero sinceri, non sai nulla? Magari sai chi è il performer, ma dell’autore non sai nulla. Né sai che mentre il cantante cantava si era infilato un dito sotto l’ascella che puzzava parecchio. Né sai che il tuo poeta preferito aveva costruito la poesia che tanto ti smuove l’animo col bilancino e la colla, piazzando le parole preferite sulla pagina ancora prima di sapere cosa volesse comunicare: filtrando e decidendo quindi ben al di là dell’urgente bisogno di condividere qualcosa del sé più autentico. Eppure queste opere trascendono l’autore: tutte. Persino la canzoncina idiota, la filastrocca, il divertissement, la foto sciocca, il quadro didascalico.

Dal momento in cui esistono, deciderne l’utilità e ponderarne il significato in funzione della nostra conoscenza dell’autore è puramente arbitrario: è una scelta che siamo liberi di fare, non un obbligo o una logica deduzione inevitabile che va da A a B.

E cosa ci spinge a farlo? Se siamo sinceri con noi stessi e non ci attacchiamo all’ideale, al principio che impulsivamente e caparbiamente vogliamo avvalorare, sappiamo che è la nostra affinità, la nostra simpatia, empatia con quello che c’è e non quello che NON c’è.

Come uno che vedi al bar per tre minuti. Puoi decidere di non cagarlo. Cosa dovrebbe spingerti? E cosa ti spinge a chiedertelo? Ci parlavi, ti interessava, poi ha deciso di chiedergli patente e libretto e tutto quello che aveva da dirti e che gli stavi dicendo è passato in secondo piano come quando due parlano della loro vita e qualcun altro – legittimamente ma in maniera poco opportuna – grida “e allora, dai, mangiate che si fredda! Non ti piace? E’ poco? E’ cattivo? Non lo vuoi?” … Ha le sue ragioni, ma sta mandando tutto a puttane in nome di qualcosa di diverso da quella magia che stava avvenendo: due teste o due cuori che si scambiano pensieri, sentimenti, opinioni, qualcosa che già mentre viene pronunciata ed ascoltata ha valore, e subito lo sentono. Chi sarà a dirla? E’ l’assassina mai scoperta di mia cuggina. Eppure sa esattamente cosa provo, oppure mi interessa proprio quel che ha da dire sulla dichiarazione dei redditi.

Il narcisismo? Può starci: si può sempre giudicar male una cosa che parte priva di connotazioni, come tante donne dicono “si veste da troia” a una che semplicemente è bella e poco vestita. Ha i piedi grandi, fa apposta, è esibizionista eccetera eccetera. Siamo noi a mettere questa connotazione dove non c’è, tante volte. Però basta essere onesti e osservare: che ha da dire questo o questa su internet? C’è dialogo? Perché il narciso non conversa granché, mi pare. Poi non voglio indagare (ripeto: che me ne frega, se quel che mi dicono ha valore?) su quanta parte di narcisismo ci sia nell’impulso iniziare di qualsiasi autore ad esprimersi in qualsiasi modo pubblicamente.

Da nessuna parte è dimostrato il sillogismo – è anzi un giudizio completamente soggettivo – che se non conosco nome e cognome del mio interlocutore non mi importi di lui e che lo scopo di uno che grida al vento sia quello di avere un pubblico come in un palcoscenico. E’ più un messaggio nella bottiglia anche se condivide col narciso la ricerca di attenzione.

Ma l’attenzione è ricercata, benvenuta e dovuta in ogni scambio di espressioni che non sia monodirezionale. Parlarne astrattamente nega quello che invece è sotto i nostri stessi occhi: io non so chi tu sia veramente, non è il tuo nick o la tua foto che mi arriva: mi arriva quello che dici e ti assicuro che non è privo di forza. E secondo me non lo fai per l’applauso di un pubblico. Tra l’altro sarebbe un pubblico con un solo spettatore. Il quale ti ha applaudita di sicuro nell’intimo del suo cuore, ma non credo che fama e successo e piogge di fiori ti siano arrivate. Ecco che tu stessa dimostri che il dialogo con un anonimo 1) non era una ricerca di attenzione da narcisa 2) non era né priva di significato né di utilità 3) che abbia perfettamente trasportato il suo messaggio senza che io abbia visto nulla della gestualità né sentito alcunché del tono: ti assicuro che quanto hai condiviso è arrivato forte e chiaro e non  perché io abbia considerato “so chi è”.

Un essere umano che si esprima e non decida di vomitare il suo io nel sacchetto e buttarlo nell’armadio può essere visto in tanti modi. A prescindere dalle sue intenzioni tu puoi attribuirgliene altre, che tu sappia come si chiama, o meno.

E forse accade anche a te: sai molto di più di certi sconosciuti su internet che non di persone che conosci per nome e cognome. Cose più intime, più sincere, più complete anche se non puoi stringere loro la mano o prenderli a schiaffi o indirizzare loro una busta con della mortadella marcia.

E’ invece proprio questo: uno spazio di incontro con l’altro da me, chiunque sia, io gli do la possibilità di interagire con me. La cosa funzionerà o meno, da sola. Se non abbiamo molto da dirci la cosa si esaurisce sempre in breve tempo. E la cosa, se lasciata fuori dalla linea di principio, funziona autonomamente. Un po’ come decidere che con uno ci parli: adesso gli rivolgo la parola, ora gli rispondo. Ma in gioventù hai dichiarato “io non parlerò mai con i comunisti”. Poi scopri che quelle belle chiacchierate che hai fatto con quel tale le devi declassare perché, caspita, ti sei accorta che era comunista.

Sull’anonimato di cartone che abbiamo nei confronti delle autorità, o di spioni professionisti, sono d’accordo: ma citarlo in questo contesto è fuorviante; sono già d’accordo e li considero dei criminali e dei violenti, perché con la forza si appropriano di qualcosa che io non ho deciso di condividere con nessuno…. o che ho deciso di non condividere. Non sempre è la stessa cosa.

E’ estremista ed assolutistico – e lo sai – tirare in ballo addirittura il ritiro dalla civiltà in rapporto alla gestione civile dei fatti propri. Il don’t ask don’t tell esiste per qualche motivo. E’ rispetto (in un mondo di compromessi: il mondo). Alcuni di noi vedono come rispetto il loro desiderio esaudito di sapere i fatti nostri, altri vedono come rispetto il proprio desiderio esaudito di rispettare l’intimità nel grado deciso dal suo possessore. Assomiglia tanto al classico “la libertà finisce dove inizia quella dell’altro”, per me.

Ti faccio altri due esempi scemi: lascio il cellulare su un mobiletto a casa dei miei anzianovetusti e massimamente rispettabili genitori. Ding plin! Passa mio padre e, siccome quella merda di cellulare mostra il testo invece di dire solo “c’è un messaggio”, lui passa e lo legge. Stessa situazione a casa di un mio amico: lui passa e capovolge il cellulare per evitare in qualsiasi modo di impicciarsi di qualcosa che non gli è stata affidata, che sa che nessuno ha deciso fossero fatti suoi; lui decide dei suoi. Atteggiamenti diversi.

Altro esempio: qualcuno mi fa una confidenza personale e la trovo utile, per quanto sia imbarazzante (o proprio per questo) a qualcun altro, oltre a quanto non lo sia già stata per me. E’ necessario che gli dica CHI mi ha detto quella cosa? No, gli dico “una persona ha vissuto questo”. Nessuna privacy violata e – incredibile dictu, migliaia di volte questo è stato utile a prescindere dal nome che portava questa esperienza, assai spesso carica di ragionamenti, scelte, sentimenti e fattacci degli altri.

Quest’ultimo fatto, in particolare, mi ha reso un buon confidente, cosa di cui sono sinceramente felice perché so che si può fare, ci si può fidare, nessuno ha mai avuto motivo di non fidarsi. Non farmi fare un buco col trapano, ma una confidenza me la puoi fare. Non ti dico niente di quelli degli altri e tu sai che puoi dirmi i fatti tuoi perché se mai anche uscissero, sarebbero sbianchettati del tuo nome, restando fatti validi, utili e significativi per chi li riceve nella esatta misura in cui vengono trasferiti, perché non diventano nulli solo perché cambi o togli il nome dell’autore. Sono pezzi di vita.

Astrattamente posso dire (ma più che altro per mia ignoranza, mentre sono certo che il prof.Rodotà avrebbe argomenti per dire “in realtà non lo abbiamo stabilito, è una sua opinione, Signore o Signora, rispettabilissima, ma non condivisa”) che sia vero che abbiamo concepito un qualcosa come “relazione tra persone”, sino ad ora. Ma quante cose sbagliate abbiamo stabilito in passato? Questo lo rende un buon metodo solo perché esisteva sino ad ora? Sono tutt’altro che un sostenitore del nuovo=buono, ma parimenti non posso farlo con abbiamosemprefattocosì=giusto.

Detto questo, quando ho uno scambio di opinioni più o meno appassionate, di confidenze ed anche consigli con qualcuno, non mi pongo tanto la questione di etichettarla o meno come “relazione”. Lo (la) faccio e basta. Forse perdo il mio tempo, ma fino ad ora non ho avuto mai l’impressione che l’altro da me fosse in realtà il frutto di una frase generata automaticamente da una macchina. E quando lo è, fino ad ora, sono sempre stato in grado di riconoscerlo … o di trovarlo poco interessante o attinente con la mia vita.

Per farla più semplice e meno astratta: non so davvero chi tu sia, eppure quello che mi dici mi interessa e penso che (lo hai già visto succedere) possa interessare anche altre persone e quindi ecco che, semplicemente, accade: noi ci parliamo; attraverso questi mezzi.

E’ diventato brutto e cattivo perché ci siamo svegliati e abbiamo deciso così?

Bene, se mai è accaduto, questo è l’unico vero motivo. Non è ciò che accade in sé ad essere tale, ma la nostra decisione ad averlo trasformato.

Prima il rosso era rosso. Ora è diventato rosso = brutto? Decisione nostra, il rosso è sempre è solo rosso.

Quello che posso dire è che ho avuto il piacere di incontrare persone interessanti, talvolta ordinarie, talvolta straordinarie, che di asettico avevano quello che vuoi vederci tu, ma erano sporche o pulite secche o umide di quello che ci hanno messo loro e che a me è stato generosamente donato. Ci sono blog pieni di umore che devo solo andare a pescare: talvolta non gli dedico il tempo necessario a farlo. Se i loro autori sono dei narcisi mi interessa relativamente e, forse, è una scelta mia quella di chiedere a qualcuno un’attenzione esclusiva nell’intendere il loro testo scritto per me come unico interlocutore e non per noi come le tante persone affini a quel testo. Se però commento o chiedo, di solito, rispondono proprio a me. E se mando loro una e-mail, ancora di più e più privatamente. Spesso senza chiedermi chi io sia. Non li declasso ad asettici automi e mi hanno dato tutti e tutte moltissimo. Spero di aver potuto, ogni volta, fare altrettanto. Ma come sai, parto dal presupposto di non avere né essere granché: che sia momentaneo, lo spero. Ciononostante penso: se quel che è comunque mi avvicina ad altre persone e ci possiamo “guadagnare” in scambio umano, anche solo un po’: evviva!