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La mattina mi batte il cuore all’impazzata. Batte forte, ho paura. Senza alcun motivo ho paura. La respirazione è sempre un po’ apnea e poi respirarespirarespira. Da tempo, questo, da prima del batticuore. Cerco di fare semplicemente pipì, ma inizio a pensare a qualcosa che dovrei fare al lavoro, che già penso che non farò bene, che non saprò fare, che qualcuno mi biasimerà un giorno od immediatamente per non aver fatto come se l’aspettava od in modo ad esso utile. E non importa se tra 6 giorni sarò in mobilità. E così quello che potrebbe essere un normale riposo diventa agonia, temperatura che sale, sudore, temperatura che si abbassa, freddo. E così via.

Non c’è ragionamento in questo, non un vero – logico – ragionamento.

Ogni attività che intraprendo, qualsiasi microscopica ed insignificante attività, la sento come una perdita di tempo di cui sentirsi in colpa. Faccio questo ma sarebbe stato meglio se avessi fatto quello. Faccio quello? Sarebbe stato meglio se avessi fatto quell’altro.

Con il passare del tempo, durante la giornata, questa terribile sensazione d’ansia diminuisce leggermente, sempre più. Alla fine l’unico momento in cui sono nuovamente normale e riesco a ragionare e fare davvero, è la notte fonda. Quando tutti dormono.

Ho sempre avuto la tendenza ad essere più lucido e sereno di notte. Ma ora lo stacco tra giorno e notte sta coincidendo con la normalità e la follia.

Ora talvolta aspetto la notte per fare alcuni lavori che in ogni caso mi mettono un po’ in difficoltà: di notte però sarà solo una semplice difficoltà. Di giorno sarebbe roba da piangere, batticuore aumentato, insormontabilità. Di notte, ora, capita che un certo problema non abbia soluzione: ma sono calmo e sereno: considero “non si può fare: pazienza”; di giorno no, di giorno sarebbe disperazione, reiterata, ossessiva, compulsiva reiterazione della constatazione della mia incapacità di risolvere un problema che non ha una soluzione. E non stiamo parlando dell’ultimo teorema di Fermat, ma di trovare una serie di documenti sparsi per casa per andare magari in un ufficio due giorni dopo abbastanza preparati. Od altre quisquilie simili.

Anche qualche anno fa ho sentito dire che chi vive di notte ha paura di vivere di giorno, del confronto con altri eccetera. Pensavo sempre che fosse una stronzata, che già dal liceo semplicemente di giorno avevo sonno e di sera sentivo “negli occhi” la sensazione di lucidità, di capire, di ragionare meglio.

Ora sono confuso. Tendo ovviamente a darmi colpa anche di questo, di dire “si, è vero, sicuramente ho paura del confronto, gli altri sono migliori in tutto, io non so fare un cazzo e anche tra chi non sa fare un cazzo gli altri fanno un cazzo meglio di me, sono più qualcosa”. E da bravo snob-inside in effetti vedo in giro visi stolidi … e penso: comunque lui sa fare qualcosa, lui serve a qualcosa.

Che abbia maturato la mentalità dello schiavo? Ma non era tipica di immigrati clandestini e persone dei ceti bassissimi, di pochissima cultura? Come sa, uno che ce l’ha, che ha la mentalità dello schiavo? Devi capirlo, quindi devi capire che è sbagliato.

Ormai mi sono fottuto la testa alla grande, sono proprio andato.

Ho percorso un po’ di strada ‘sta sera… e ho osservato altre aziende, fabbriche, ditte, che sono chiuse, deserte, sventrate … quasi sempre ordinatamente ripulite alla bene meglio. E se ogni posto chiude, mi chiedo, cosa possiamo fare tutti? Posso illudermi che la mia sia solo una malattia mentale, che ci sia del valore in me… ma valore per chi? Quello che potremmo fare, in un mondo fatto di mercato, per me, è solo il ritorno alla sussitenza, cercando di renderla si efficiente e produttiva… ma non per “stare sul mercato”, ma per fare meno fatica, per farci meno male, per avere da mangiare quando non ce n’è, per dimenticare un mondo in cui farci danno da soli per motivi economici.

Utopia e cazzate. Anche questo sono in grado di produrre di notte: ma si tratta di sogni… cosa che non riesco più a trattare di giorno. Di giorno non so più sognare, divertirmi serenamente, genuinamente. Fare beatamente i cazzi miei. Una volta che hai deciso di farli, li fai, no? Invece no… rovinati e scolorati da quell’odore di disperazione in ogni cosa normale che stai facendo.

Chi ha paura muore due volte, no?

Per quello avere da parte il tasto rosso e sapere che lo premi TU, quando vuoi tu, credo io, mi toglierebbe la paura.

Il tasto rosso sarebbe mio. Lo premerei quando voglio, starebbe li da parte. Provi questo, provi quello, provi quell’altro…e ad un certo punto va bene. Il tasto rosso è sempre li a dormire, da parte, pronto ad essere usato, magari un giorno quando ti accorgi che qualcosa non va, che tu non sei più tu, che ti pisci sotto, che non vedi niente, che la gente ti tratta con condiscendenza?

No problem.

Tasto rosso, shut down, shit down.
Veloce, indolore.

E invece non ce l’ho, il tasto rosso.

Lento, doloroso.