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Vivere la chiusura di un’azienda strutturata in cui non si era tantissimi, ma comunque un buon numero, ognuno con il proprio compito e settore, e specifica competenza diventa davvero dura quando si riduce sempre più il personale e si da per scontato che “qualcuno le cose le farà”. Perché ovviamente non è così. La gente non è competente perché gli dici “da oggi sei competente” … al massimo puoi dire che “gli compete” nel senso che se ne deve occupare… ma non gli conferisci automaticamente la capacità di farlo.

E così succede che prima uno che faceva 4 cose poi ne fa 24 … e ancora ce la fa… pur impazzendo ma ce la fa… ma poi arrivano cose proprio che non sai fare… che nessuno ti ha insegnato e chi le faceva prima era bravo, aveva una conoscenza. Il meccanismo macabro però rischia di trasferirsi dai piani alti a quelli bassi.

I colleghi – in panico – cominciano ad aspettarsi anche loro che qualcuno “faccia le cose”. Ma chi le faceva prima non c’è più. E nessuno sano di mente penserebbe, di fronte ad un supermercato chiuso da un mese di suonare il campanello di fianco e dire “ma scusi… io dovevo comprare… io mica posso fare senza… me la da lei la roba, no?” e se il tizio ti risponde “ma sei fuori di mela?” – che tutto questo sia consentito. Eppure… ognuno vede venir meno la possibilità di completare un processo che si faceva in team… ma mica per parolone: perché – semplicemente – non è vero che tutti fanno tutto.

E’ forse vero che tutti possono imparare tante cose. Ma qualcuno ti deve insegnare le basi di quel mestiere… e spesso per fare le cose “speciali” che faceva qualcun altro, di certo non sono sufficienti le basi… ma serve approfondimento ed esperienza. E con esperienza intendo anche che durante gli anni in certi momenti uno ha avuto più tempo per sperimentare soluzioni, miglioramenti, trucchi, workaround e andare “sotto” o “dentro” il meccanismo del proprio lavoro tanto da costruire soluzioni veloci, sapere che se per caso faceva una cosa superficialmente, comunque ne teneva conto e sapeva cosa fosse essenziale e che appunto tenere per ricordare … e le implicazioni, le conseguenze, i legami con i propri colleghi o gli ambienti e le funzioni di un organismo come un’azienda.

Quello che succede è che ognuno è preso dal panico, caricato di cose che faceva qualcun altro e che nessuno ti ha insegnato a fare… e che se ti avessero assunto in quel momento in prova, non avresti saputo fare e ti avrebbero fatto licenziare… ma casualmente invece ti vengono richieste … E così non tutti sono forti e comprensivi, non tutti dicono “beh, certo non posso chiedere ad una che faceva fatturazione di occuparsi di statistiche di vendita” … alcuni dicono “beh, mi serve… nessuno lo fa… tu qualcosa capisci … quindi devi farlo!” … e la cosa si ripete in decine di ambiti, decine di operazioni, decin di compiti … per quattro gatti che rimangono a fare tutto… con la sensazione della chiusura imminente, della perdita del lavoro, delle insicurezze già sperimentate riguardo agli ammortizzatori sociali dai colleghi già buttati fuori… la consapevolezza di uno stipendio già basso che diventerà ancora più basso…

Grottesco, assurdo, ingiusto, moritificante, avvilente.

E’ vero dunque che le persone si vedono nei momenti più duri. Ci sono alcune di queste persone che si comportano come se niente fosse, che chiedono gioielli, pignolerie e raffinatezze consentite in un ambiente che funziona a pieno regime quando ormai tutto è decadenza, mancanza, assenza… e la cosa che lascia più sgomenti è che non si tratta solo dei dirigenti, degli imprenditori… ma dei colleghi che sono nella tua stessa condizione… e tutti lo fanno a tutti… pochissimi si salvano dal divenire così meschini.

Forse qualcuno lo considererà un pregio, una spinta vitale, un volercela fare lo stesso … ma il punto è che lo pretendi dagli altri.